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Salvatore Grande, Maestro

Pubblicato da in disegno ·
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Ai tempi dell'Università, metà anni 90, girovagavo per la libreria CLUP vicino a Piazza Leonardo da VInci e fra tanti libri mi imbattei in "Rendering", un libro/manuale sulle diverse tecniche di disegno e dei diversi metodi di rappresentazione. 






Il nome dell'autore li per lì non mi disse nulla, ma notai sulla quarta di copertina che, nonostante il nome tradisse una chiara origine italiana proveniva invece dall'Argentina, Cordoba per la precisione. Beh, un segno del destino pensai e portai il libro a casa, dove ancora ben figura nello scaffale della mia libreria. 
Salvatore Grande da allora ha rappresentato ciò che nel mio immaginario doveva avere un vero architetto: l'occhio e la mano, il talento e la visionarietà. Gli anni dell'università mi hanno invece sbattuto in faccia una realtà diversa: il talento espressivo occupa uno spazio contenuto e marginale rispetto ad altre capacità tecniche. Il primo giorno di lezione al corso di Disegno (anzi "teoria e storia delle tecniche di rappresentazione 1") tenuto dal professor M.A. Arnaboldi mi ero portato appresso delle matite e dei fogli che pensavo sarebbero stati i miei principali strumento di lavoro e che rimasero invece a lungo inoperosi. Al loro posto lunghe disquisizioni teoriche, culminate con la frase che ancora oggi mi arrovella: "il punto [pausa ad effetto] è la connessione [altra pausa ad effetto] fra cosmo e caos". Geniale, ma avrei preferito scribacchiare sui fogli.





QUasi dieci anni dopo, nel Luglio 2007, durante il colloquio di lavoro che mi avrebbe portato a lavorare presso gli Architetti Associati di Milano mi venne presentato Salvatore Grande, anche lui argentino come me che collaborava con lo Studio. Un altro segno del destino! E li ebbi modo di vedere il maestro all'opera. Rapido ed efficace, estremamente versatile. E che personaggio! Cercavo con invidia di carpirne i segreti ma le scarse basi di disegno acquisite alla facoltà di Architettura non erano sufficienti a colmare il gap.



Mi colpì la sua capacità di coniugare l’estro e la tecnica tradizionale con metodi ed espedienti attuali così da abbinare i vantaggi della rappresentazione digitale con l'espressività manuale.



Vista a volo d'uccello tratto da una foto: una prospettiva complicatissima viene ridotta attraverso una serie di passaggi dalla fotografia alla rappresentazione.

Conclusioni
Ma la rappresentazione digitale ha reso desueto l'uso delle tecniche tradizionali?
Alcune riflessioni:
1) innanzitutto per poter produrre dei buoni render è necessaria una conoscenza di base, teorica e pratica, che solo il disegno (e la fotografia ad alti livelli) possono dare;
2) il disegno allena la mente a vedere e concepire uno spazio e non riguarda solo la sua rappresentazione finale. Il disegno è insito nella gestazione di un buon progetto.
3) non tutti i render sono all'altezza. Ci sono in giro molti brutti render: come diceva un altro architetto, “è meglio un buon prospetto che una brutta prospettiva”. Pertanto, o un render realistico è strepitoso o tanto vale avere piuttosto un disegno concettuale che non pretenda un realismo difficile da raggiungere: la via di mezzo produce solo dei brutti risultati. Un buono schizzo, una buona prospettiva fatti in poco tempo valgono spesso come e più di un render di lunga gestazione. E i disegni di Grande, di cui avete qui un assaggio, raggiungono quella immediatezza comunicativa che manca a tanti render. Ecco, direi che le prospettive, gli schizzi, gli acquerelli hanno una precisa intenzione comunicativa che è insita nella manualità e che deriva da quel particolare legame occhio mano testa che la macchina non può replicare. 


Un render può restituire con altrettanta efficacia l'ambientazione lacustre di questo acquarello? 

Bisogna dunque sempre tenere presente il limite fra quanto ci permette la macchina e quello che vogliamo e possiamo esprimere: troppo spesso ci concentriamo sulle possibilità della macchina e sempre meno su ciò che vogliamo esprimere. Se ne può discutere per ore senza arrivare a una conclusione ma una cosa è certa: l'uso (poco consapevole) dei mezzi tecnici produce un appiattimento espressivo.

Note biografiche.
Salvatore Grande nasce a Taranto nel 47 ma si trasferisce molto giovane a Cordoba, in Argentina. Studia Architettura presso la Facultad de Arquitectura y Urbanismo de la Universidad Nacional de Còrdoba. Insegna e lavora in Argentina fino al 76, quando si traserisce in Italia. Qui lavora con Zanuso, fra gli altri. Si laurea anche al Politecnico e insegna presso l'ISAD di Milano. I percorsi lavorativi lo portano a viaggiare molto: Spagna, Bahrain, Kuwait, ecc.




il piccolo teatro di Zanuso a Lanza.


"El Tumbun" di San Marco, di fronte allo Studio degli Architetti Associati che ha ispirato Grande sul tema della riapertura dei navigli


La Milano degli anni '80. Grande è indubbiamente un pezzo della recente storia dell'architettura di questa città.

DI seguito il link al suo profilo facebook:




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